“Il mare come spazio per la crescita sostenibile”

Intervista al presidente dell’Anton Dohrn Roberto Danovaro

Nel Mar Mediterraneo si sviluppa circa il 20% del prodotto marino mondiale per un valore stimato superiore di circa 6.000 miliardi di dollari. L’Italia, con oltre 8.000 chilometri di coste e i suoi mari che coprono circa il 15% del Mediterraneo, ha un ruolo fondamentale e strategico a livello geopolitico, sociale, economico, ambientale. Il Mediterraneo è un mare particolarmente vulnerabile, vista la sua morfologia e la sua posizione geografica. Per l’elevata biodiversità e per l’intensa attività di sfruttamento è diventato un ecosistema molto fragile. Un laboratorio unico al mondo in termini di storia, cultura, popolazioni, multidisciplinarietà, contaminazioni e molto altro. Su di esso si affacciano 22 stati appartenenti a tre continenti: Europa, Asia, Africa.

A partire dagli anni ’90 gli stati costieri hanno cominciato a proclamare le loro rispettive zone economiche esclusive, ovvero le aree in cui lo stato può sfruttare le risorse marine e dove difendere l’ecosistema. Oggi le diverse sfide: sociali, economiche, ambientali richiedono una maggiore cooperazione internazionale con politiche e investimenti scientifici molto più ingenti per la preservazione e conservazione delle aree marine, al fine di garantire una protezione ambientale nel Mediterraneo con benefici per tutti in diversi ambiti prioritari e strategici come la pesca, il turismo, la ricerca scientifica di nuove materie, lo sfruttamento sostenibile di risorse energetiche pulite. Così come in termini di medicina del mare, nuove tecnologie robotiche sottomarine e tanto altro. Roberto Danovaro, presidente della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, Istituto nazionale di biologia, ecologia e biotecnologie marine, è stato recentemente nominato nel dicembre 2020 “top scientist” mondiale nella ricerca relativa a mari e oceani nel decennio 2010-2020. Il riconoscimento arriva dalla prestigiosa piattaforma Expertscape che seleziona, verifica e certifica, confrontando tutti i principali prodotti scientifici a livello internazionale, i migliori scienziati e medici mondiali per settore di competenza. Il professor Roberto Danovaro ha presentato un appello con un lavoro su Science, presentato a New York alle Nazioni Unite, per una collaborazione internazionale per l’esplorazione, la protezione e la valorizzazione degli oceani, come si fa per lo spazio con l’Agenzia spaziale europea, in modo che non rimangano le nazioni che non hanno le tecnologie per affrontare gli studi nelle aree oceaniche al di fuori dei confini nazionali. Fa riflettere il fatto che la terra e gli oceani – ecosistemi fondamentali per la salute del pianeta e delle specie umane, animali, marine, piante – siano in pericolo da anni con investimenti in Italia circa 10 volte inferiori a quelli per la ricerca spaziale. Il 50% degli oceani è al fuori dai confini giuridici delle singole nazioni e devono essere gestiti come bene comune del Pianeta.

Presidente Danovaro, a che punto siamo con la ricerca marina e lo stato di salute della terra e del mare?
“In questo ultimo secolo c’è stata un’esplosione positiva dell’importanza delle scienze della vita, tra le più complesse, che partono dal livello molecolare – ci permettono di capire da che virus siamo affetti – fino all’approccio globale della ricerca su interi biomi. Un periodo senza precedenti nella storia dell’umanità, con un impatto positivo sulla qualità delle nostre vite. Il mare è sempre di più la risorsa del futuro per rendere sostenibile l’impatto dell’uomo sul Pianeta. Saranno 11 miliardi per la fine di questo secolo le persone sul pianeta. In un sistema finito come la terra dobbiamo pensare che il 70% della superficie terrestre è composta da acqua e che gli oceani, e la loro conoscenza, saranno sempre di più fondamentali per la salute e l’alimentazione dei suoi abitanti. Come afferma Papa Francesco: “non è possibile vivere sani in un mondo malato”. Occorre quindi lavorare per una crescita sostenibile anche nell’utilizzo delle risorse del mare. Pensiamo, ad esempio, alla Terra dei Fuochi, luoghi meravigliosi vicini a noi dove vengono seppelliti prodotti tossici che poi mangeremo nella verdura raccolta in quei campi. Nel mare questo avviene in modo ancor più forte, poiché le acque non conoscono barriere, ma è meno facilmente identificabile. Possiamo rilasciare sostanze tossiche nel Golfo del Messico che in poche settimane arrivano a contaminare il Mar Mediterraneo. Il mare restituisce quello che diamo. Sono molti i casi di inquinamento marino che si riflettono sulla salute dell’uomo. Ma il mare può fornire anche molte opportunità per la nostra salute, perché gli organismi marini ci mettono a disposizione una vera e propria farmacia del mare, con i composti e prodotti naturali. Pensiamo ad esempio ai composti attirati dalle spugne marine per curare alcuni tumori, ai composti per migliorare la qualità degli alimenti. Circa un miliardo di persone che dipendono esclusivamente dalle risorse del mare. In questo scenario complesso, ci sono i paesi industrializzati con flotte di navi che possono pescare fuori dai loro confini, nelle acque al di fuori dei confini giuridici nazionali, condizionando gli ecosistemi e sottraendo cibo a popolazioni più povere e bisognose. Il mare ci pone di fronte a grandi opportunità e responsabilità sociali planetarie, a cui come cittadini e come comunità scientifiche e politiche non possiamo più sottrarci. Gli studi scientifici internazionali del gruppo di scienziati del panel intergovernativo delle Nazioni Unite sul clima – rilanciato con l’impegno di milioni di giovani in tutto il mondo dopo la firma degli storici Accordi di Parigi del 2015 – dimostrano con chiarezza che ci avviciniamo nei prossimi decenni a un punto di non ritorno se non cambieremo il nostro modo individuale e collettivo di consumare, vivere, lavorare”.

Qual è il ruolo della Stazione zoologica nel Mediterraneo a tutela della salute del mare e dell’uomo?
“La stazione zoologica ha da sempre una vocazione di ricerca sul mare e le sue forme di vita. Tra le sue missioni ha quella di contribuire alla conoscenza dei fattori che incidono sugli equilibri degli ecosistemi e su come preservarli. Un secondo aspetto di ricerca riguarda quella che si svolge nel centro studi e laboratori naturali di Ischia, dedicati alle insorgenze naturali con anidride carbonica che acidificano le acque per capire come sarà lo stato di salute del mare nel 2050 e nel 2100 in questa era definita “Antropocene”. Un terzo ambito di ricerca principale è quello dedicato alle biotecnologie marine pulite come ad esempio quei campi di ricerca che vanno ad individuare le farmacie del mare e gli elementi attivi per la salute dell’uomo. Ci sono poi gli studi dedicati alle biotecnologie marine e alla conservazione della biodiversità per raggiungere gli obiettivi sostenibili dell’Agenda dell’ONU al 2030. Le Nazioni Unite e l’Europa ci chiedono di proteggere il 30% della terra e del mare nei prossimi dieci anni e noi, purtroppo, siamo già in forte ritardo sugli obiettivi già previsti per il 2020. I nostri studi possono aiutare a creare consapevolezza e conoscenza su cosa vogliamo proteggere”.

in foto Roberto Danovaro

In che modo la Stazione contribuisce ad avvicinare il mondo della ricerca ai cittadini? Ai più giovani?
“La Stazione Zoologica con i suoi ricercatori e tecnologi e il suo Public engagement coinvolge cittadini, volontari, giovani a raccogliere preziose informazioni dal mare. Da poco abbiamo prodotto anche una App per monitorare il rischio di estinzione degli squali nel Mediterraneo e coinvolgere i cittadini nel censimento. Stiamo sviluppando anche importanti iniziative culturali di educazione scientifica tramite l’Acquario Pubblico di Napoli, il più antico acquario del mondo fondato nel 1874, che permettono di conoscere meglio gli ecosistemi marini e i suoi abitanti. Quello che conosciamo abbiamo più voglia di proteggerlo. Un altro progetto riguarda il Museo Darwin-Dohrn in via di apertura, dedicato alla vita marina con un percorso per spiegare l’evoluzione della biodiversità marina che avrà in dote la più vasta collezione di organismi biologici in Italia, circa 10.000 appartenenti a 3700 specie diverse, raccolti 150 anni di storia dei nostri mari. Grazie ai nuovi strumenti scientifici si potrà studiare cosa è rimasto e cosa è cambiato nella vita del mare, come si sono modificati gli habitat in questi cento anni con una tendenza recente verso la cosiddetta ‘tropicalizzazione’ del mare, ovvero l’effetto di riscaldamento delle acque, particolarmente evidente in Mediterraneo dovuta ai cambiamenti climatici globali. Un centro di studi aperto alle scolaresche nel museo per rendere i giovani studenti, i nostri futuri decisori politici, e i cittadini più consapevoli sull’importanza fondamentale della ricerca e degli investimenti che da anni sono sottodimensionati in questo settore. Basti pensare che in Italia abbiamo circa 4 ricercatori ogni 1.000 lavoratori, meno della metà di quelli della Germania e la metà della Francia. Abbiamo ancora una percentuale di laureati nella popolazione troppo bassa. Insomma, abbiamo ancora molto da fare. Nell’opinione pubblica è poco diffusa la consapevolezza che gli investimenti pubblici in ricerca meritocratica e qualificata sono quelli a più alto tasso di rendimento e beneficio per la collettività”.

Servono dunque maggiori opportunità per i giovani che studiano il mondo marino?
“Il mare è una miniera di innovazione e quindi sono tante le potenzialità per le future professioni. Tra queste quelle legate alla conservazione oppure al restauro degli ecosistemi marini, tra i più belli al mondo. Solo meno del 5% delle coste è protetto, e questo penalizza anche il turismo perché in futuro il mare rappresenta un motore straordinario per promuovere il turismo blu del nostro Paese. L’Italia è all’avanguardia nel mondo nella ricerca marina. Tra le eccellenze italiane figurano le conoscenze e le ricerche per il restauro ecologico degli habitat marini e per il ripristino della qualità delle acque e dei fondali marini con tecniche naturali non invasive. Tutte azioni che ci permetteranno di aumentare il pescato e riattivare le migliori opportunità di economia blu. Promuovere la salute del mare significa ridurre i costi della sanità e promuovere l’economia legata al turismo di qualità. Un altro settore in forte crescita è quello legato alla tecnologia del mare che è un sistema tridimensionale, con una complessità confrontabile con le missioni spaziali. Non sappiamo se ci sarà la possibilità di vivere su altri pianeti mentre è scientificamente documentato da oltre 50 anni che stiamo distruggendo gli habitat terrestri e marini e che i nostri figli e nipoti pagheranno un prezzo alto per questo in termini di salute e ambiente, protezione delle specie e tanto altro. È un grande inganno culturale quello dell’avventura alla ricerca di vita su altri pianeti mentre stiamo distruggendo quello in cui viviamo, che avrà conseguenze senza precedenti nella storia dell’umanità proprio sulle fasce più deboli della popolazione. Dovrebbe essere una priorità per tutti cercare di capire e conoscere meglio il mare e gli oceani. I mari, con la loro profondità media di 4 km, restano imperscrutabili ai satelliti e per svelare i loro segreti abbiamo bisogno di tecnologie avanzate e di un uso sostenibile delle risorse, a partire dalle energie rinnovabili e pulite come gli impianti eolici offshore. Purtroppo, in Italia non abbiamo le infrastrutture di ricerca necessarie, a partire dalle grandi navi. Le nazioni che investono nella ricerca marina stanno acquisendo un grande vantaggio competitivo di conoscenze e di opportunità per lo sviluppo economico. Tra gli studi avanzati in corso in Italia, tra gli altri, quelli sui robot autonomi sottomarini per coprire migliaia di km da esplorare e studiare, solo per citare un caso. Mari e oceani saranno un tema chiave nella politica internazionale del futuro ed è necessario collaborare di più tra paesi per un fine nobile che avrà conseguenze sulla vita dei nostri figli e nipoti”.

Max Mizzauperczel

“Fa riflettere il fatto che la terra e gli oceani siano in pericolo da anni ma con investimenti in Italia di circa 10 volte inferiori rispetto a quelli previsti per la ricerca spaziale”

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