Il Mediterraneo e il MANN

Recupero ancora bizantina a Ispica © Ph. Salvo Emma

Dalle apparenti diversità, uno scambio di mutue competenze per il futuro del mare nostrum

Non si può comprendere a fondo il Mediterraneo se non se ne ripercorre la storia contemporaneamente in avanti e a ritroso, esattamente come un’onda che si infrange sulla battigia e torna indietro.
La ricchezza del Mediterraneo e l’unica identità ricostruibile è caratterizzata dalla sua capacità di contemperare le “diversità”: un diverso che, gradualmente, si attenua, si armonizza, si equilibra venendo a contatto con altre realtà asimmetriche che vi vivevano prima, talvolta anche dopo dolorose vicende. Ma, alla fine, questa “madre accogliente” riesce, fin dai tempi antichi, ad ospitare tutti: chi c’era prima, chi pare dominare per un certo periodo, chi arriva da lontano.

A noi spetta il compito di scorgere tutte le orme lasciate, per un attimo, dai tanti uomini che sono passati lungo la battigia del tempo e che le onde, al loro passare, cancellano.
Braudel ha affermato, a ragione, che il Mediterraneo è mille cose insieme. Crocevia antichissimo vede sovrapporsi alla civiltà dell’ulivo, della vite e del grano, di matrice classica, quelle delle arance, dei limoni e dei mandarini introdotti su larga scala dagli Arabi (anche se già conosciuti da Greci e Romani); poi agavi, aloe, fichi d’India americani, eucalipto dall’Australia, cipressi persiani, pomodoro peruviano, melanzana indiana, peperoncino della Guyana, mais messicano, riso arabo, fagiolo e patata americani, pesco montanaro cinese, tabacco, caffè. Ma oggi una riviera senza aranci, una Toscana senza cipressi, una Napoli senza pomodori, caffè e peperoncini non sarebbero concepibili. Così per gli uomini che si sono succeduti, il Mediterraneo è il laboratorio in cui si sperimentano tutti questi apporti, che devono essere compresi complessivamente. Attorno a quello che i Romani ribattezzarono Mare Nostrum si snoda la geologia ribollente di tante isole e vulcani caratterizzati da miti e leggende (il Vesuvio, l’Etna, Stromboli, Vulcano), alte e recenti montagne frutto della pietrificazione di Titani, come l’Atlante, verdi pianure generate da fiumi-divinità, come il Po, immense distese di sabbia come il Sahara e, dietro, l’Africa Nera che si prolunga nei deserti dell’Asia.

Il clima vede contrapporsi il caldo portato dal Sahara per sei mesi e, a partire da Ottobre, le depressioni dell’Oceano Atlantico gonfie di umidità, con piogge benefiche e una miriade di segni legate a questa regolarità, registrate a partire dai riferimenti antichi di Esiodo ne Le opere e i giorni e purtroppo, oggi, messi in crisi dai devastanti cambiamenti climatici. L’uomo in queste regioni ha dovuto lottare per recuperare terreno da coltivare costruendo i muretti delle colture a terrazza, bonificando piane malsane dai tempi del semi-dio Eracle (dalla Palude di Lerna, alle deviazioni dei fiumi irrequieti quali Acheloo) alle pianure della lontana Grecia, dove la botte delle Danaidi evoca l’irrigazione perenne. Tra le caratteristiche di queste società il Mediterraneo si è sempre distinto per avere gruppi dediti alla transumanza e al nomadismo.
È una distesa d’acqua tranquilla, il Mediterraneo, se attraversata durante la buona stagione ma che diventa ostile e pericolosa in autunno e in inverno, quando è bene rimettere la barca e dedicarsi ad altre occupazioni, come consiglia Esiodo al fratello Perse nelle Opere e i Giorni. È anche il luogo della conservazione costruttiva con barche di pescatori molto simili a quelle affondate nell’antichità: dal relitto di Anticitera del I secolo a.C, a quello di Mahdia in Tunisia, a quello di Marzameni, in Sicilia, del VI secolo a.C.

La centralità del Mediterraneo nell’antichità e fino al Medioevo disegna itinerari che di fatto mettono in collegamento aree lontanissime, come appunto l’India o la Cina (per il pepe e la seta) fin dai tempi dell’Impero Romano e, di nuovo, dopo la riscoperta di Marco Polo. Sempre dal Mediterraneo nel 1492, e più precisamente da Lisbona, inizia la scoperta dell’America. Nel tempo il Mediterraneo e le sue capitali (Roma, Lisbona, Madrid, Venezia) diventano la cassa di risonanza delle conquiste. Molti itinerari sono disegnati dalle rotte. La nascita, all’inizio del II millennio, di un nuovo battello a vela e a remi munito di una carena e di una chiglia che rafforzano lo scafo e ne permettono l’immersione, rendendolo più stabi le e resistente al vento, prodotti tra le isole dell’Egeo e la costa libanese, permette ai grandi Imperi (Egitto, Mesopotamia, Asia Minore degli Ittiti) o alle città stato come la costa siro-libanese, a Creta e a Micene complesse comunicazioni: lo testimoniano le tombe egizie con teorie di popoli nei loro costumi originali che offrono le loro merci, l’espansione della ceramica cretese, le maioliche egizie esportate dappertutto o replicate a Ugarit. Ma al Mediterraneo guardano anche gli Assiri che conquistano l’Egitto nel VII secolo a.C. e i Persiani con Cambise nel 525 a.C. L’altro grande momento fatidico è costituito dalle prime colonie greche in Occidente (Ischia 780-770 a.C.), Cuma (750 a.C.) dovute alla fame di metalli e di nuove terre coltivabili e dal progressivo incontro tra queste prime,

il mondo indigeno italico e i centri proto urbani di Roma (fondata nel 754 a.C.) e dell’Etruria.
Non dimentichiamoci però che esiste un Mediterraneo “altro”, che propone gli straordinari templi di Malta, i nuraghi della Sardegna e delle Baleari, le mura e le grandi sepolture megalitiche della Spagna, i megaliti della costa atlantica fino a Danimarca e Norvegia e alle isole britanniche, oggi considerato un fenomeno autonomo. Altre identità partecipano a questo colorato mondo e sono di natura immateriale, come le civiltà. Se ne distinguono almeno tre: la Romanità latina e poi cattolica; il secondo universo è l’Islam che comincia in Marocco e si spinge fino all’Oceano indiano e l’Insulindia. Il terzo mondo è l’universo greco, ortodosso che comprende la penisola balcanica, la Grecia, la Russia (con Centro Costantinopoli fino al 1453, poi la Russia, forse Mosca).

È un fatto che qualsiasi civiltà affermata si sottomette solo in apparenza per poi riemergere e che di continuo, nel tempo, ricorra un conflitto tra Oriente (Persiani, Cartaginesi, Arabi, Turchi) e Occidente (Greci, Romani, Franchi, Veneziani, Spagnoli). Il Mediterraneo è anche luogo di incontro tra i tre grandi monoteismi, quello giudaico, quello cristiano e quello musulmano.

Mostra Thalassa – Carichi dispersi rinvenuti sui fondali dell’antico bacino portuale a Piazza Municipio – Su concessione del Ministero della Cultura, Museo Archeologico Nazionale di Napoli – © Ph. Giorgio Albano

Oggi quest’area ha assunto spesso una connotazione turistica: dopo le prime esperienze di viaggio elitario, a partire dal Settecento, legate al Grand Tour, circa 60 milioni di visitatori, in epoca pre Covid, visitavano le coste e le isole assolate, spesso attentando anche le singole identità e rompendo equilibri millenari. Ma, da qui, sono partiti anche i primi espatri di milioni di persone dal 1880 verso gli Stati Uniti, il Canada, l’America latina, l’Australia. L’Italia tra il 1860 e il 1970 ha registrato 25 milioni di partenze. Ma un altro caso clamoroso è però dato dalla trasformazione in stato di Israele nel 1948, con il ritorno di un popolo nella propria (almeno secondo la versione biblica) terra. Non sempre, però, gli spostamenti derivano da motivazioni solo economiche. Spesso ci sono anche le guerre che spingono ad abbandonare la patria.
Fughe o ritorni cominciano dai tempi della fine della guerra di Troia. Enea, scappando dalla sua città distrutta da una guerra, è un migrante ante litteram: un paradigma abbastanza consueto anche di questi tempi. In Enea convivono due parole significative latine, hospes e hostis che, pur rimandano ad un’unica radice semantica, tradiscono il sottile filo che divide la percezione dell’altro secondo una tradizione carica di civiltà e di umanità, di apertura, diremmo, o secondo l’ancestrale paura del diverso. Tutti noi possiamo scegliere nel considerarlo hospes o hostis, è già successo tante volte. Nel secondo caso troppe. Ma di certo almeno noi musei non possiamo non essere la casa di tutti, altrimenti significa che poco abbiamo imparato dalla lezione della storia e da quello che la voce del mare ci narra.

Sulla scorta di tali riflessioni, nella politica del Mann, abbiamo pensato di progettare un viaggio ideale a tappe, di cui la prima è stata la mostra Thalassa (mare in greco antico), inaugurata nel dicembre del 2019. Thalassa è, anche, come noto, il grido di liberazione accorato pronunciato alla vista della distesa d’acqua, da parte dei soldati stremati di Senofonte, ricondotti dopo una marcia estenuante verso la patria in seguito alla sfortunata impresa di appoggiare il giovane pretendente al trono di Persia Ciro.

Si è trattato di una esposizione che ha accomunato tanti popoli antichi attorno ai grandi temi della esplorazione, dei naufragi, dei commerci, della pesca, della navigazione, della vita di bordo, delle residenze litoranee di lusso, concepita insieme a Salvatore Agizza, Sebastiano Tusa e Luigi Fozzati: con un occhio particolare per la giovane scienza dell’archeologia subacquea, che tanto di questo mondo passato ha recuperato, per la quale era stata anche presentata una mostra parallela presso il Castello di Baia, dal titolo I pionieri dell’archeologia subacquea.

La seconda tappa del percorso prevede l’allestimento, entro il 2022, di una sezione permanente del Mediterraneo che contempli, come la mostra, non solo le connessioni con il porto dell’antica Neapolis e i centri antichi delle vicine coste e isole campane ma i temi fondanti dell’intero Mare Nostrum, partendo dall’Evo antico ma anche con occasioni di confronto con l’arte contemporanea (pensiamo già ai risultati acquisiti con le mostre Un viaggio straordinario di Hugo Pratt dedicata a Corto Maltese, Maresistere dedicata ai migranti napoletani, Pe’ terre assaje luntane su quelli ischitani) e le riflessioni ambientali (sulla scorta della grande mostra Capire il cambiamento climatico effettuata con il National Geographic).

Mostra Thalassa – Su concessione del Ministero della Cultura, Museo Archeologico Nazionale di Napoli – © Ph. Giorgio Albano

La terza tappa consiste nel candidare il Mann ad essere un centro di riferimento scientifico e di ricerca sui temi dell’archeologia subacquea, collaborativo con la nuova Soprintendenza del mare che avrà, in Campania, una delle sue sedi territoriali. Da qui nascono, naturalmente, le operazioni di collaborazione esterna di medio raggio (convenzioni con i Campi Flegrei, comuni di Positano, Sorrento, Capri, Ischia, Procida capitale della cultura 2022, Soprintendenze territoriali e Direzione museale, Regione Campania), con la mostra Terracqueo di Palazzo dei Normanni a Palermo e l’obiettivo, dichiarato nel piano strategico del Mann, di candidare il Museo ad essere un punto di riferimento culturale, a largo raggio, degli Istituti che si affacciano alle coste del Mediterraneo, per la centralità geografica di Napoli rispetto a questo contesto. Di recente, non a caso, il Mann è divenuto parte di un progetto europeo che vede coinvolte Agrigento e la Tunisia. E, ancora, è capofila italiano della Rotta dei Fenici e prossimo aderente della Rotta di Enea.
Il fine ultimo dell’operazione consiste nel far comprendere (visto che di mare si parla) la complessa fluidità culturale e la ricca e poliedrica etnogenesi che sta alle nostre spalle e che vediamo anche oggi in faciendo se abbiamo il coraggio di voler ammettere che, gradualmente, le nostre società stanno diventando sempre più miste (ma sarebbe più onesto dire “tornando”). Questo non significa perdere la propria identità ma, essenzialmente, non osservare la storia unicamente attraverso la lente deformante della “propria” istruzione e formazione. Intraprendere questo viaggio significherà “stupirsi” di quanto, dietro le apparenti diversità, ci sia una umanità accomunata, nel tempo e nello spazio, non solo dai bisogni ancestrali ma anche dalla voglia di crescere, di migliorarsi attraverso lo scambio di mutue competenze. Seguire questa rotta è un modo per far comprendere come l’unico antidoto possibile al virus della diffidenza sia la cultura che i musei, come le scuole, hanno il dovere non di “preservare”, ma di trasmettere “criticamente”. Nelle due tappe espositive di Thalassa e Terracqueo c’è un trait d’union materiale costituito, dalla statua dell’Atlante farnese che, con il suo globo di costellazioni, fissa i riferimenti per le rotte dei naviganti, con un mirabile repertorio astronomico frutto di secoli di osservazioni da parte di naviganti e scienziati. Atlante, dunque, sorregge con fatica, costantemente, il cielo, “si fa carico” di questo sforzo, necessario per illuminare e dirigere i percorsi in mare e in terra. Potremmo dire, senza timore di smentita, che questa statua è una sorta di sintesi mirabile dell’operazione che intendiamo fare: sorreggere le stelle della cultura per favorire nuove e sicure rotte alle future generazioni.

Paolo Giulierini Direttore Museo Archeologico
Nazionale di Napoli

Mostra Thalassa Testa di Foce Sele – © Ph. Giuseppe Mazzarelli

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