Il mio viaggio senza fiato

Dagli abissi marini alla scoperta di me stessa

di Maria Felicia Carraturo 

Non so quando è iniziata quella voglia irrefrenabile di esplorare gli abissi marini. Forse tutto è cominciato dall’inizio, da quando ero nel grembo materno, nel liquido amniotico, che è il posto più sicuro al mondo e che rievoca la sintesi ancestrale tra corpo e spirito. Diciamoci la verità, nascere è un trauma come del resto lo è la vita: ci costringe a sfide, più o meno faticose, ad esperienze più o meno belle, ma in ogni caso a rimanere confinati in spazi scanditi dalla clessidra del tempo. Se riusciamo a mettere da parte queste due variabili fisiche, ecco che la nostra anima si libera tranquilla.

Ad un tratto della mia esistenza, credo di avere percepito proprio questo. Senza le sovrastrutture del tempo non ho ragione di spiegare quando ho deciso di calarmi nelle profondità del mare. Probabilmente lo avrei fatto da sempre. Nella casualità degli eventi, posso tuttavia condividere quella che considero una esperienza fondamentale e rivelatrice del mio percorso esistenziale.

Il tuffo dell’apneista, così si chiama, è il viaggio nella vita. La ricordo bene, quella mia prima immersione negli abissi. Piano piano che abbandonavo la superficie e veniva meno la luce del sole riscoprivo me stessa.

Fluttuare in maniera così romantica, una quiete avvolgente e la materia che perde consistenza con il mare. E’ quando stai per raggiungere i fondali che vieni a contatto con la parte più intima di te, la più vera. Senti il cuore pulsare, le orecchie che quasi fanno male a causa della pressione e l’adrenalina che comincia a scorrere nelle
vene. L’esperienza fisica diviene mentale e quindi assoluta. Il corpo svanisce nell’acqua salata: sono sola col battito del mio cuore. Non un silenzio qualsiasi, ma un silenzio che diviene pace e tranquillità.

Ed è allora che avverto prepotentemente una presenza “divina”. Mi accorgo che Tutto è Uno ed è quello il mio posto. È l’Essere. Sento che ho abbandonato ogni zavorra. Come il mio corpo anche la mia mente ed il mio spirito sono liberi e leggeri. Quasi impalpabili. Riesco finalmente ad andare avanti, abbandonando ogni paura o remora dell’altra dimensione. Il suono vitale del battito del mio cuore, cadenzato e dolce, mi rilassa. Sono in trance, il mio spirito produce una melodia che è un linguaggio che va oltre l’umano. Tocco il fondo, il piattello. Che strano tornare a toccare la materia. Non so quanto tempo sia trascorso dal momento in cui mi sono tuffata, ma so che sono viva e finalmente libera. In questo istante percepisco così pienamente la mia forza di volontà, che adesso mi è chiaro anche il significato di coraggio e determinazione. Sento che adesso potrei essere ovunque e realizzare ogni cosa. E’ incredibile come nell’abisso ci si senta totalmente avvolti, catturati. E’ il momento di fermarmi. Sono consapevole che non posso andare oltre. Mi tocca risalire. Devo riportare me stessa alla materia, devo ridare consistenza al mio corpo.

Devo tornare a nascere. Ho davanti “solamente” 115 metri da percorrere e poi tornerò a respirare aria. Mi concentro, ancora una volta, sul battito del mio cuore. Non devo lasciarmi prendere dall’ansia e dall’angoscia di non farcela. Sono brava, mi ripeto. L’ho dimostrato tante volte: a me stessa e agli altri. Quindi procedo verso la riemersione. Con tranquillità ed anzi invece di affrettarmi, rallento. Mi godo il percorso in verticale, sento i piedi e le gambe muoversi con fatica. Le difficoltà sono ostacoli da superare. Sento che nulla potrà sopraffarmi. Ascolto i miei pensieri e non cedo neanche alla tentazione della “sbirciatina”, per scrutare quanto manca alla luce. In molti mi chiedono cosa si prova a riemergere dagli abissi marini. Non riesco a spiegare le sensazioni, fortissime ed irripetibili, dell’uscita dall’acqua. È come emettere il primo vagito. Un big bang dell’infinitesimamente piccolo, come può essere quello di un essere umano, ma di una portata emozionale deflagrante, che esplode nel momento in cui l’aria ti entra nuovamente nei polmoni e li fa espandere. Dopo la mia prima immersione ho capito che non avrei potuto più farne a meno.

Il cammino sott’acqua è il tragitto interiore di evoluzione nella nostra esistenza. E’ imparare a stare nel qui e nell’ora, serenamente ed al meglio, senza farci schiacciare o distrarre da null’altro. La storia è una perenne lotta tra il tempo che trascorre e quello che si deve conquistare. Se non elimino il passato, non ho possibilità, ora, di aspirare al domani e ad una resurrezione continua nella vita, che è tale solo se in movimento ed ogni volta in una nuova posizione. Le difficoltà mi pongono davanti ad un bivio: o scelgo di superarle o mi faccio abbattere. Quando c’è una spinta tanto forte da farmi anelare con passione di raggiungere, senza indugi, il risultato cui aspiro, essa è la chiara prova dell’esistenza di Dio, qualunque sia quello in cui creda.

Mi sta comunicando che il sogno è già realizzato, se ho il coraggio di intraprendere il cammino per agguantarlo. In questa frase è racchiusa una delle scoperte più profonde del mio praticare l’apnea. Di fronte ad essa, il risultato sportivo, passa assolutamente in secondo piano. Il percorso che ho “cercato” di intraprendere e di spiegare nel mio libro, “Il Risveglio di Partenope” (Guida editori), ha le caratteristiche di una crescita personale e, mi spingo a dire, spirituale interamente poggiata sulla mia vita di donna e di madre. Divento, poi, naturalmente atleta, assorbita, dunque, anche dagli allenamenti e dalle tante difficoltà incontrate per gli spostamenti, per le gare e per la burocrazia. Donna, madre ed atleta, questa sono io. Sono riuscita a far emergere le mie potenzialità e le mie caratteristiche superando i miei limiti, le mie paure ed i pregiudizi ancora, ahimè, radicati in questa società, che vive il proprio tempo per produrre guadagni e profitti.

Guadagni e profitti che il mio sport non concede. Curiosità, abbandono, affidamento, sete di conoscenza, umanità, paura, sorriso mi hanno accompagnata nella strada che ho scelto per eviscerare l’irrequietezza dell’animo umano, del mio animo, capace di discernere e di decidere in maniera naturale e semplice, senza appigli nel flusso della vita.

Onorare i doni che l’esistenza mi offre in continuazione, è questo che ho inteso fare, cercando di non avere mai il rimpianto di vedere la mia vita scorrere senza viverla e senza comprendere, anche una minima parte, di ciò che sono.

“La vita è un’esplorazione senza meta, non esiste alcun traguardo”

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