Il museo del futuro? Sia la casa di tutti

in foto Paolo Giulierini (Ph. di Paolo Soriani)

Un ponte tra generazioni e culture
Soltanto così il germe della bellezza attecchirà

Che musei ci attendono nel futuro? E’ una questione complessa che passa attraverso una parola d’ordine: “connessione”, con i propri contesti e con la realtà politico-culturale internazionale. Si tratta di un processo ineluttabile di osmosi che suggerisce al museo un ruolo di attore consapevole nella società, capace di adattarsi a nuove situazioni e di essere punto di analisi e di dibattito di tanti temi irrisolti, non solo legati all’arte. Quella che era prima una torre di avorio spalanca le finestre e diventa il luogo della riflessione.

Se dobbiamo dunque pensare che i musei oggi possano essere le nuove agorai (piazze) della riflessione e del confronto, innanzitutto sono essi stessi che devono attrezzarsi e imparare a conoscersi. Non stiamo parlando solo degli scontati (ma poi non lo sono mai) standard qualitativi. Stiamo parlando di scelte di fondo della mission. Il Louvre, il British, il Prado hanno ad esempio problemi irrisolti, in quanto espressione di musei di imperi transoceanici, con i popoli di cui espongono le culture materiali. Rispetto alle culture mesoamericane è il Museo Nazionale di Città del Messico che costituisce l’altra faccia del museo madrileno, più spostato sui canoni dell’arte strettamente europea. Da poco invece il Presidente francese Macron ha annunciato di voler restituire molta parte delle culture materiali agli Stati africani da parte del museo parigino. Il British ha invece un conto aperto con Atene sui marmi del Partenone e deve chiarire se è finito il tempo in cui i grandi musei nati nell’Ottocento possono ancora definirsi difensori della Classicità occidentale (come alludono le loro facciate   neoclassiche) o sia giunto il momento in cui, nell’ambito di una Europa che deve essere rafforzata, vada raccolto quel grido di dolore che proviene dal Museo dell’Acropoli di Atene, che mostra a tutti l’assenza delle celebri metope e delle statue del frontone trafugate da Lord Elgin. Lo stesso, si badi bene, che tentò una analoga operazione con le metope di Selinunte ma che fu bloccato dalla flotta borbonica in Sicilia, espressione di un Regno sicuramente in competizione commerciale sul Mediterraneo con la perfida Albione, ma che aveva iniziato scavi di Stato e tutela fin dalla scoperta di Ercolano nel 1738. Orbene, conti irrisolti li hanno anche i musei della costa occidentale americana, nati dalla fortuna accumulata da grandi imprenditori e con una volontà di esemplificazione della storia dell’arte europea (Grecia, Roma, Rinascimento italiano, pittura), al limite mediterranea (Egitto) ed Orientale, vicina ai colonizzatori del Nuovo Mondo. A ben guardare l’ impianto neoclassico degli edifici stride però con il problema dei problemi: quello di musei calati dall’alto che non parlano delle culture locali. E perché non ne parlano? Perché per ammettere un genocidio, quello dei nativi americani, occorrono secoli, non anni. Per sostituire al generale Custer il capo dei Sioux, Toro Seduto, occorre forza d’animo, nonché un discreto sforzo interiore per chi è stato imbevuto in una cultura europea che almeno fino al film Soldato Blu (1970)  prevedeva che l’indiano fosse il cattivo. Nessuno dei musei della West Cost (Metropolitan, Museum of Art di Boston) ha sezioni che riguardano i veri americani, oggi confinati nelle riserve.

Realizzare un museo, anche impressionante, avulso dal luogo e dal contesto in cui esso sorge, pare però che sia un’abitudine tutta europea difficile da scardinare: basti pensare alla nuova sede del Louvre di Abu Dhabi, che tutto contempla fuorché la storia e l’archeologia dell’Arabia antica.

Relitto Panarea III – Osservazione diretta del carico a 114 metri di profondità Soprintendenza del Mare – © Ph. Salvo Emma

Passiamo al Brasile, tristemente agli onori della cronaca per le vicende amazzoniche e per il recente incendio del Museo Nazionale. Difficile pensare ad un caso quando bruciano al contempo il paesaggio e i musei. Non si tratta solo di una fatalità. Esiste una politica che ha deciso di affrancarsi dal dovere di trasmissione del dono dell’ambiente e della cultura alle nuove generazioni. Ci sovviene un sorriso amaro se poi si contempla il grandioso Museo del Domani di Rio de Janeiro, che vorrebbe portare a riflettere i cittadini sulle buone pratiche per salvare il pianeta quando a poche centinaia di chilometri il polmone verde della terra va in fumo. Meglio invece accade, sempre a Rio, sul processo di indagine del proprio passato di città portuale che accoglieva gli schiavi di provenienza africana. Il Museo dell’Arte della città carioca affronta con forza questo tema, attraverso documenti d’epoca ma anche il potere evocativo dell’arte contemporanea: tante tele rappresentano le stelle che gli schiavi incatenati nel ventre dei vascelli riuscivano ad intravedere durante le interminabili notti del viaggio verso il Brasile; altre sono intrise di rosso sangue, un vermiglio che prende il posto dell’azzurro dell’Oceano Atlantico.

Di recente l’Ermitage di San Pietroburgo, in un bel lungometraggio, dichiara al mondo che la ferita maggiore inferta al proprio patrimonio è stata data addirittura da Stalin che avallò la vendita di centinaia di capolavori a banchieri americani per portare avanti, con un sostanzioso apporto economico, la costruzione del proprio regime. Ora quelle opere sono esposte a Washington e fanno riflettere sul celebre detto latino che “pecunia non olet”. Passiamo alla Est coast, al Getty di Los Angeles. Che i musei americani in toto abbiano alimentato gli scavi clandestini in Italia, e non solo, è un fatto accertato. Che non ci sia stata alcuna coscienza civica degli Italiani nell’impedire queste transazioni, avvenute spesso attraverso la “neutrale e perfetta Svizzera”, è un altro fatto assodato. Le politiche internazionali degli ultimi venti anni del Ministero per i Beni Culturali italiano hanno sicuramente aiutato a distendere i rapporti, con i tanti nostoi di opere meravigliose (il cratere di Euphronios, i celebri grifi di Ascoli Satriano, la Venere di Morgantina), che spesso non sono coincisi con una adeguata valorizzazione museale. Tuttavia negli ultimi tempi musei come il Getty mostrano un chiaro cambiamento di rotta e costituiscono un punto di riferimento nelle buone pratiche del restauro, tutela, gestione dei beni culturali. Certo, si dirà, sono musei di fondazioni bancarie, con grandi mecenati, ma un conto è il come si opera e un conto è il risultato finale a cui tendere. Spesso in Italia non abbiamo ben chiaro cosa sia il progetto finale di museo che dovrebbe contemplare, come al Getty, straordinari depositi ordinatissimi, materiale catalogato, laboratori di restauro avveniristici, centri di sperimentazione sull’allestimento antisismico, biblioteche e centri di documentazione in cui gli studiosi, sovente ospitati, possono trovare qualsiasi libro per le loro ricerche. Che ci si arrivi attraverso una Fondazione o un museo statale autonomo sempre lì bisogna tendere.

Se pensassimo poi che l’Oriente (Cina e Giappone) non sia alla nostra altezza commetteremmo un grosso errore. Intanto l’Europa solo da poco ha cercato di riflettere sull’ostracismo attribuito all’impero Cinese nei musei e nei libri di scuola, a vantaggio dell’unico (secondo noi) grande impero del mondo antico, quello di Roma. La scoperta eclatante dell’esercito di terracotta e l’affiorare di culture antecedenti la dinastia degli Han vede ora centinaia di musei, estremamente dinamici e all’avanguardia, vogliosi di dialogare con l’Occidente, di confrontare le culture ma anche di ribadire un semplice concetto: il gigante che si è svegliato non è solo il competitor più spaventoso sotto il profilo economico ma anche sotto quello culturale a livello mondiale. La città proibita a Pechino, di recente sistemata, supera già per numero di visitatori il Louvre, semplicemente spostando il turismo interno. Sono lontani i tempi dei musei didattici pieni di plastici e diorami voluti da Mao Tse Tung.

Su questo scenario generale pesano ovviamente anche i gravi momenti di distruzione delle identità più o meno frutto di una lucida strategia di guerre convenzionali o terroristica, che però ci ricordano quanto oggi, al di là dei valori storici che incarnano, i musei e i monumenti siano organismi dal forte potenziale politico e mediatico.

Pensiamo all’attacco terroristico al Museo del Bardo a Tunisi, alla distruzione dei Buddha giganti e di Palmira da parte dell’Isis, al saccheggio dei musei di Baghdad (saccheggio locale o occidentale?) durante la guerra del Golfo o di quello del Cairo nel corso della primavera araba.

Il ragionamento di fondo è che, al netto di tutto, i musei possono essere, a livello internazionale, prescindendo dal governo o dalla cultura in corso, il luogo in cui “fare i conti con il proprio passato” da parte di ciascun popolo. Così troveremo “magicamente” che dove ci sono paesi di cultura araba sono fioriti gli Egizi, i Persiani, conti utili ogni volta che un regime tenti un profilo di laicizzazione (si pensi a Saddam Hussein e ai suoi riferimenti all’impero di Persia).

Se questa è una pallida sintesi della magmatica situazione internazionale, che intende solo far riflettere per un attimo su quanto i musei siano legati alla politica ed alla società contemporanea, è evidente che occorra con forza attrezzarsi per stare al passo con questi scenari futuri.

Considerato che, dunque, i musei attuali, specie quelli archeologici, devono raccontare la storia, e lo devono fare rivolgendosi a tutti, giungiamo a dover sconfessare, in virtù di questa problematicità, la nota frase “la bellezza salverà il mondo”; ciò potrà accadere se si concederà all’intero mondo gli strumenti partecipativi per adire a questa dimensione estetica. Questo non avviene quasi mai, sovente neanche nei paesi industriali. Ecco perché il museo del Futuro deve esercitare un forte impatto nel sociale, favorendo ogni possibile azione extra moenia dell’Istituto per sostenere la cultura nei quartieri in difficoltà (vedi ad esempio Forcella e la Sanità a Napoli), politiche di sgravio economico, momenti di socializzazione, di intercultura, di sostegno ai diversamente abili. Se portiamo tutte queste persone, oltre beninteso al mondo dell’istruzione, a ritenere il Museo casa loro allora è probabile che anche il piccolo germe della bellezza attecchisca. In questi processi in primis si devono concedere concretamente servizi (riscaldamento, wi-fi, aree verdi, ristorazione, punti di lettura, laboratori, appuntamenti culturali) ma soprattutto calore umano e accoglienza. Anche i linguaggi contemporanei possono aiutare a stabilire un ponte con le nuove generazioni (tecnologia, videogame, fotografia, fumetto), costituendo tante facce della stessa medaglia di una comunicazione che deve divenire sempre più accattivante.

 

Afrodite – Su concessione del Ministero della Cultura, Museo Archeologico Nazionale di Napoli – © Ph. Luigi Spina

Ora si può ben comprendere che per far funzionare organismi così complessi sono già di fatto superate le professionalità museali previste dai documenti ICOM e recepite dal MIBACT già dal 2007. All’epoca venivano prefigurate come novità assolute il responsabile del web, quello della comunicazione e del Marketing, a singhiozzo introdotti nei recenti concorsi. Ora si tratta di avere, oltre al personale scientifico, storici, sociologi, psicologi, antropologi, mediatori culturali. La stessa figura dell’archeologo museale, sia esso gestionale o conservatore, sta divenendo “altro” rispetto alla figura legata alle Soprintendenze e al territorio. Di qui l’esigenza di legarsi con i molti Dipartimenti delle Università e di attivare collaborazioni specialistiche, come peraltro la riforma consente. Ma, è evidente, che esiste uno iato profondo fra i profili professionali di base previsti dal contratto collettivo del lavoro e tali nuove esigenze.

Il museo del Futuro è e dovrà essere soprattutto un museo che si pone in ascolto nei confronti della società, che offre modelli di lettura senza imporli, che approfitta dei grandi temi dell’antico per connettersi alla contemporaneità anche con mostre mirate. Pensiamo ai temi mare-migranti, paesaggio-ambiente, dimensione umana e non solo di cultura materiale dell’antico, riflessioni sul valore della tecnologia, della scrittura, dell’utilizzo della propaganda, della figura dell’eroe, sulla classicità ad oggi idea unificante dell’Europa. Per poter offrire una nuova cultura non basterà più proporla come un feticcio, ma occorrerà spiegarla. E questa, consentitemi, sarà la ricerca prioritaria nei musei, che hanno il compito di essere al servizio dei cittadini del mondo. Se pensiamo ad un futuro per il Mann abbiamo in mente un luogo del benessere professionale, una piazza dove essere felici, completamente accessibile, un istituto ecologico, un centro che fornisce le coordinate culturali e urbanistiche al proprio quartiere, un luogo di ricerca che sia espressione della migliore tecnologia, un punto di riferimento del Mediterraneo e del meridione del Mondo.

E così per Napoli.

*Direttore MANN

 

Corridori della Villa dei Papiri Su concessione del Ministero della Cultura, Museo Archeologico Nazionale di Napoli – © Ph. Luigi Spina

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